La narrazione dominante sulla transizione ecologica continua a battere su un tasto solo: elettrificare tutto, il prima possibile. Auto, consumi, infrastrutture. Ma questa semplificazione, propagandistica, sta mostrando crepe sempre più evidenti. Non solo perché il sistema industriale fatica a reggere il ritmo imposto, ma soprattutto perché il cambiamento climatico viene affrontato come un problema tecnico, anziché quello che in realtà è non un cambiamento climatico, ma la sua naturale evoluzione.
Mentre il settore automobilistico rallenta, tra costi elevati, domanda incerta e reti energetiche non ancora adeguate per le imposte politiche sanzionatorie di Bruxelles, un’altra trasformazione, ben più silenziosa e potenzialmente irreversibile, si sta consolidando a livello europeo. Nei tavoli dei burocrati europei si discute infatti di allentare i vincoli sulle nuove biotecnologie agricole, ridefinendo i confini normativi per organismi ottenuti tramite tecniche genomiche avanzate.
Il punto critico non è la tecnologia in sé, ma il quadro regolatorio che la accompagna. Equiparare queste innovazioni alle colture tradizionali significa, di fatto, sottrarle a controlli stringenti, riducendo trasparenza e tracciabilità. Una scelta che solleva interrogativi profondi non solo sul piano scientifico, ma anche su quello democratico.
La sostenibilità, se intesa seriamente, non può limitarsi a una riduzione delle emissioni contabilizzate. Deve includere la tutela della biodiversità, la qualità dei suoli, l’equilibrio degli ecosistemi agricoli. Eppure, le nuove tecniche genetiche vengono promosse come scorciatoie per adattare le colture a condizioni climatiche sempre più estreme, senza considerare le conseguenze a lungo termine sulla varietà biologica e sull’autonomia degli agricoltori.
Dietro questa accelerazione normativa si intravede un rischio concreto: la concentrazione del controllo sulle sementi nelle mani di pochi attori globali. Il meccanismo dei brevetti potrebbe trasformare il seme, da bene comune millenario, in un asset proprietario, limitando la libertà di coltivazione e aumentando la dipendenza economica dei produttori.
Ma c’è un nodo ancora più delicato: il diritto alla scelta. Senza obblighi chiari di etichettatura, i consumatori verrebbero privati della possibilità di sapere cosa arriva sulle loro tavole. Allo stesso tempo, le filiere agricole che puntano su metodi tradizionali o biologici rischierebbero contaminazioni difficilmente controllabili, compromettendo anni di lavoro basato sulla qualità e sulla fiducia.
La questione, quindi, non è ideologica, ma strutturale. Chi decide cosa è sostenibile? E soprattutto, a vantaggio di chi?
Una transizione autentica dovrebbe partire dai territori, valorizzando le conoscenze locali, le varietà autoctone, le pratiche agricole rigenerative. Invece, si sta imponendo un modello centralizzato, dove la soluzione è sempre tecnologica, standardizzata, brevettabile.
Occorre invertire la rotta con scelte politiche chiare:
– introdurre sistemi indipendenti di certificazione che garantiscano filiere realmente libere da manipolazioni genetiche non dichiarate;
– investire nella ricerca pubblica orientata all’agroecologia, alla salute del suolo e alla resilienza naturale delle colture;
– rafforzare il diritto all’informazione, rendendo obbligatoria una comunicazione trasparente su ogni innovazione introdotta nella catena alimentare.
La sostenibilità per noi di Scelta Libera non può diventare un’etichetta vuota, né un terreno di conquista per interessi economici concentrati. È, prima di tutto, una questione di equilibrio tra uomo e natura, tra innovazione e responsabilità.