C’è un’immagine che, più di qualsiasi sondaggio, racconta lo stato della nostra società: milioni di persone con lo sguardo incollato allo schermo di uno smartphone, immerse in un flusso continuo di notizie, video, polemiche, scandali, tragedie e indignazione. Scorrono, commentano, discutono, condividono. Per qualche minuto si sentono parte del mondo, partecipi di ogni avvenimento, pronti a giudicare tutto e tutti. Poi lo schermo si spegne e la vita ricomincia esattamente da dove era stata interrotta.
È questa, forse, una delle più grandi vittorie del nostro tempo: aver trasformato il cittadino in uno spettatore.
Uno spettatore osserva, giudica, applaude o contesta. Ma non decide. O, peggio ancora, crede di decidere semplicemente perché esprime un’opinione.
È un fenomeno che riguarda anche la politica. Abbiamo costruito un dibattito pubblico nel quale sembra che partecipare significhi commentare un post, condividere un video, indignarsi davanti a una dichiarazione o schierarsi immediatamente dalla parte del proprio leader. La politica è diventata sempre più una competizione per catturare l’attenzione e sempre meno un esercizio di responsabilità.
E in questo meccanismo c’è qualcosa che dovrebbe preoccuparci profondamente.
Da anni discutiamo, giustamente, del ruolo dei grandi mezzi di informazione, della concentrazione editoriale, degli interessi economici, dei finanziamenti pubblici, della propaganda e degli algoritmi che decidono quali contenuti mostrarci e quali relegare ai margini. Sono questioni reali, che una democrazia seria deve affrontare senza pregiudizi e senza trasformare ogni critica in una teoria del complotto.
Ma c’è una domanda che raramente vogliamo porci: se sappiamo di poter essere manipolati, perché continuiamo a comportarci come se la responsabilità fosse sempre e soltanto degli altri?
Perché la manipolazione, qualunque forma assuma, non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un terreno sul quale attecchire. E quel terreno diventa particolarmente fertile quando una società smette di verificare, di approfondire, di dubitare e soprattutto di pensare con la propria testa.
Oggi leggiamo un titolo e crediamo di conoscere una storia. Guardiamo pochi secondi di un video e pensiamo di aver compreso una guerra, una crisi economica, una riforma o una vicenda giudiziaria. Condividiamo una notizia senza averne verificato la fonte e, spesso, commentiamo articoli che non abbiamo nemmeno letto.
Abbiamo sostituito la conoscenza con la reazione, il ragionamento con l’istinto, la verifica con la tifoseria.
E poi ci stupiamo che il dibattito pubblico sia diventato una rissa permanente.
Il problema, quindi, non è soltanto che qualcuno possa tentare di manipolarci. Il problema è che abbiamo progressivamente perso l’abitudine a difenderci dalla manipolazione.
Una società libera dovrebbe essere composta da cittadini difficili da convincere con uno slogan, non da persone che cambiano opinione in base all’ultimo titolo letto o all’ultimo video apparso sul proprio telefono. Dovrebbe essere una società nella quale prima di accusare si verifica, prima di condividere si legge, prima di giudicare si cerca di comprendere.
Invece siamo diventati consumatori compulsivi di informazione e, paradossalmente, sempre meno cittadini consapevoli.
E qui arriviamo al vero problema politico.
Ci lamentiamo della politica, delle tasse, della sanità, della scuola, della sicurezza, della burocrazia, del lavoro che manca, dei servizi che non funzionano. Ci lamentiamo dei governi, dei partiti, dei sindaci, dei parlamentari e dei giornalisti. Ci lamentiamo praticamente di tutto.
Ma quanto siamo realmente disposti a fare per cambiare ciò che critichiamo?
Perché la protesta continua senza partecipazione rischia di diventare soltanto uno sfogo.
Sui social siamo tutti rivoluzionari. Nella vita reale, troppo spesso, restiamo immobili. Scriviamo post infuocati, ma non partecipiamo alla vita della nostra comunità. Pretendiamo trasparenza, ma non leggiamo gli atti pubblici. Chiediamo che la politica ascolti i cittadini, ma spesso non ci interessiamo delle decisioni che vengono prese nel nostro Comune, nella nostra Regione o nelle istituzioni che ci rappresentano.
Accusiamo la politica di essere distante e poi lasciamo che siano sempre altri a occuparsi della politica.
Questa contraddizione deve essere affrontata con onestà.
Perché è certamente responsabilità della politica recuperare credibilità, trasparenza e competenza. Ma è anche responsabilità dei cittadini smettere di considerare la politica qualcosa che appartiene sempre a qualcun altro.
La democrazia non può funzionare se il cittadino pretende di essere protagonista soltanto quando deve lamentarsi.
Essere cittadini significa molto di più.
Significa conoscere i propri diritti, ma anche assumersi le proprie responsabilità. Significa pretendere istituzioni trasparenti, ma anche essere disposti a controllarle. Significa chiedere una politica migliore, ma anche essere disposti a partecipare alla sua costruzione.
Ed è qui che torna un concetto antico, ma oggi incredibilmente attuale: l’ignavia.
Dante la collocava tra coloro che non vollero scegliere, che non vollero assumersi la responsabilità di una posizione. Oggi l’ignavia ha assunto forme diverse. È il cittadino che sa che qualcosa non funziona ma non fa nulla. È quello che critica ma non partecipa. È quello che pretende ma non costruisce. È quello che aspetta sempre qualcun altro: un leader, un partito, un governo, un uomo forte capace di risolvere ogni problema.
L’ignavia è una delle migliori alleate di qualsiasi potere.
Perché un cittadino passivo è più facile da governare. Un cittadino che non controlla è più facile da convincere. Un cittadino rassegnato è più facile da dividere. E una società nella quale tutti si convincono che nulla possa cambiare diventa una società nella quale il potere non ha più bisogno nemmeno di essere particolarmente convincente.
È sufficiente che i cittadini rinuncino.
La libertà, infatti, non scompare soltanto quando qualcuno decide di censurare una voce. La libertà comincia a morire anche quando i cittadini smettono di esercitarla: quando rinunciano al dubbio, quando delegano il proprio pensiero a un algoritmo, a un influencer, a un giornalista, a un partito o a un leader.
E soprattutto quando smettono di partecipare.
Per questo la sfida politica che abbiamo davanti non può essere semplicemente quella di sostituire una maggioranza con un’altra, un partito con un altro o un leader con un altro.
La sfida è molto più profonda.
Dobbiamo ricostruire il rapporto tra cittadino e politica.
Dobbiamo restituire alla parola “partecipazione” il suo significato reale. Non una presenza occasionale durante una campagna elettorale, non un like, non una condivisione, non un commento. Partecipare significa interessarsi, conoscere, proporre, controllare, discutere e, quando necessario, mettersi in gioco personalmente.
È questa la politica che Scelta Libera deve avere il coraggio di proporre: una politica nella quale il cittadino non venga considerato soltanto un elettore da conquistare, ma una persona da coinvolgere; non un numero nei sondaggi, ma il titolare della sovranità; non un destinatario passivo delle decisioni, ma il protagonista della vita pubblica.
Perché la politica dovrebbe tornare a essere quello che troppo spesso abbiamo dimenticato che fosse: un servizio alla comunità.
Non abbiamo bisogno di altri cittadini che aspettano il salvatore di turno. Abbiamo bisogno di cittadini che scelgono di esserci.
Ed è proprio questa la differenza tra delegare e partecipare.
Delegare significa dire: “Ci penseranno loro”.
Partecipare significa dire: “Voglio sapere chi decide, perché decide, come decide e con quali conseguenze. E se qualcosa non funziona, voglio avere la possibilità di intervenire”.
Questa è la vera libertà politica.
Non la libertà di scegliere quale tifoseria seguire, ma la libertà di pensare autonomamente. Non la libertà di ripetere ciò che qualcuno ci ha detto, ma quella di mettere in discussione anche ciò che ci è più comodo credere. Non la libertà di indignarsi soltanto, ma quella di trasformare l’indignazione in responsabilità e la responsabilità in azione.
Per troppo tempo abbiamo costruito il nostro dibattito pubblico intorno a una domanda semplice: “Di chi è la colpa?”
È una domanda comoda, perché ci permette di trovare sempre un nemico.
Ma la domanda che può davvero cambiare le cose è un’altra:
“Qual è la mia responsabilità?”
È una domanda molto più difficile, perché ci obbliga a guardarci allo specchio.
Ci obbliga a riconoscere che non possiamo pretendere una società migliore se siamo disposti soltanto a lamentarci di quella esistente. Non possiamo chiedere istituzioni responsabili senza essere cittadini responsabili. Non possiamo pretendere trasparenza senza essere disposti a controllare. Non possiamo difendere la libertà se rinunciamo volontariamente alla nostra capacità di pensare.
Il futuro della nostra democrazia dipenderà anche da questo.
Non soltanto dalla qualità di chi governa, ma dalla qualità dei cittadini che saranno disposti a controllare chi governa.
Non soltanto dall’informazione che riceveremo, ma dalla capacità che avremo di verificarla.
Non soltanto dalle libertà che ci verranno garantite, ma dalla volontà che avremo di esercitarle.
Ecco perché oggi non abbiamo bisogno dell’ennesima guerra tra destra e sinistra, né dell’ennesima contrapposizione tra mainstream e controinformazione. Non abbiamo bisogno di sostituire una propaganda con un’altra.
Abbiamo bisogno di qualcosa di più difficile e, proprio per questo, di più importante.
Abbiamo bisogno di cittadini liberi.
Cittadini capaci di dubitare.
Capaci di verificare.
Capaci di scegliere.
Capaci di partecipare.
Capaci anche di riconoscere i propri errori.
Perché una democrazia vive soltanto quando i cittadini decidono di non essere spettatori.
E se c’è una rivoluzione di cui oggi abbiamo davvero bisogno, non è quella delle piazze virtuali, degli hashtag o dei post che durano un giorno.
È una rivoluzione civile.
La rivoluzione di un popolo quello di Scelta Libera che torna a pensare con la propria testa, a partecipare alla propria comunità e ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Perché il giorno in cui smettiamo di scegliere, qualcun altro sceglierà per noi.
E la tragedia più grande non sarà soltanto aver perso una parte della nostra libertà.
Sarà non esserci nemmeno accorti di averla consegnata.