Il 2 Giugno non è una data da incorniciare nei post social tra tricolori e frasi fatte. È – o dovrebbe essere – la ricorrenza della scelta più radicale mai compiuta dal popolo italiano: rompere con la monarchia, con l’oppressione, con la guerra. È il giorno della Repubblica, ma soprattutto della sovranità popolare.
Oggi, però, quella sovranità non è più nelle mani del popolo. È dispersa, concessa a poteri invisibili, svenduta in nome di una modernità senz’anima e di un’Unione Europea mai compiuta, ma già egemone.
Viviamo in un’epoca di valori fluidi e etica on demand, dove le verità si piegano all’interesse del momento e la demagogia sostituisce la responsabilità. Si parla di diritti senza doveri, di libertà senza consapevolezza, di pace mentre si inviano armi. E nel frattempo le regole si dissolvono, lasciando spazio a un’anarchia mascherata da progresso.
Quella che doveva essere la “democrazia digitale” si è trasformata nel Quinto Potere: una distorsione della volontà popolare orchestrata da élite globali, piattaforme monopoliste e narrative imposte. L’illusione di partecipare ha sostituito il diritto di decidere. La Repubblica, in tutto questo, resta un nome vuoto, mentre la sostanza si dissolve.
Abbiamo dimenticato che la libertà non è un’app, non è un diritto automatico: è il frutto di una lotta, di un sacrificio. I nostri nonni non hanno votato per la Repubblica per sottomettersi a un altro potere, stavolta con accento straniero e sede a Bruxelles o New York. Hanno scelto l’autodeterminazione. Hanno immaginato un’Italia che decide per sé, non un’Italia che si adegua per paura di disturbare.
Il lavoro, la famiglia, la dignità, sono stati sostituiti da algoritmi, incentivi drogati e linguaggi inclusivi che escludono il senso stesso della realtà. Non è progresso. È anestesia culturale.
Chi oggi chiede di riprendere il controllo viene zittito, etichettato come “populista” o “reazionario”. Ma il vero reazionario è chi difende un sistema che ha tradito la volontà dei popoli. Chi pensa che la sovranità sia una bestemmia, e non la condizione minima per la libertà.
Scelta Libera dice: no alla Repubblica svuotata, no alla sovranità delegata, no all’Unione imposta senza coesione né identità.
Il 2 Giugno non può più essere solo una cerimonia istituzionale. Deve tornare ad essere un atto di resistenza civile. Dobbiamo recuperare il senso originario della Repubblica: sacrificio, responsabilità, autodeterminazione.
Non possiamo accettare che la libertà sia amministrata da organismi sovranazionali non eletti. Che la nostra moneta sia decisa altrove. Che la nostra agricoltura, la nostra industria, la nostra identità vengano ridotte a numeri in un database.
Se vogliamo onorare chi ha combattuto sul Piave, chi ha votato nel 1946, chi ha scritto la Costituzione, dobbiamo tornare padroni del nostro destino.
E questo significa rompere il silenzio. Dire basta. Smettere di accettare una democrazia solo formale. Rifiutare l’idea che “non ci siano alternative”.
Perché la Repubblica è di chi la difende. Non con le armi, oggi. Ma con il coraggio di pensare, di dissentire, di costruire un’alternativa.