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Due anni di governo Meloni: tra propaganda, illusioni e la necessità di una svolta liberale

A metà mandato, è tempo di bilanci. Il governo guidato da Giorgia Meloni, insediatosi nell’ottobre 2022 tra proclami identitari e promesse di “sovranismo pragmatico”, ha avuto il tempo di mostrare la propria impronta. Il risultato? Un’Italia ancora ostaggio di una politica che preferisce il simbolismo alla sostanza, la comunicazione ai risultati e lo scontro alla riforma.

Lo storytelling contro la realtà

Meloni ha costruito la sua leadership su un’efficace narrazione personale e politica: l’Italia dei “patrioti”, della “sovranità” e della riscossa nazionale. Ma quando si spengono le luci della propaganda, restano problemi irrisolti:

  • Crescita economica stagnante: nonostante il PNRR, l’Italia continua a crescere meno dei partner europei. Il governo ha più volte ritardato l’attuazione delle riforme strutturali necessarie, lasciando spazio a clientelismi e mancate semplificazioni.
  • Fisco: più tasse, non meno Stato: il tanto atteso taglio del cuneo fiscale si è risolto in un’operazione a tempo, utile per qualche mensilità ma insufficiente a rilanciare il potere d’acquisto. Nessuna vera flat tax, nessuna riforma organica del sistema. L’ossessione per la “pace fiscale” si traduce nell’ennesimo condono.
  • Pubblica amministrazione paralizzata: invece di semplificare, si è burocratizzato ancora di più. Le nomine sono spesso politicizzate, l’efficienza resta una chimera.
  • Giustizia: la grande assente: promesse tante, risultati pochi. Nessuna svolta garantista, nessuna riforma del processo civile o penale. Solo polemiche con la magistratura.
  • Diritti e società: un’Italia più piccola: sul fronte dei diritti civili e della libertà individuale, il governo ha scelto di rincorrere nostalgie ideologiche e battaglie di retroguardia, attaccando la libertà di stampa, i diritti LGBTQ+ e le ONG che operano nel Mediterraneo.

Il prezzo dell’ideologia

L’ideologia nazionalista dell’oppofinzione ha portato il governo Meloni a posizioni ben comode in Europa. Sulla politica estera, il posizionamento atlantista è stato un punto di equilibrio, ma il continuo flirt con Orbán e una quanto dubbia retorica anti-Bruxelles mina la credibilità italiana nei dossier decisivi: transizione verde, politica migratoria comune, riforma del patto di stabilità.

Serve una svolta liberale e responsabile

Scelta Libera non si limita alla critica e rilancia.

  • Riforma fiscale vera: flat tax sul reddito incrementale, semplificazione delle aliquote, fine dei bonus a pioggia. Il fisco deve premiare chi lavora, investe, innova.
  • Giustizia efficiente e garantista: separazione delle carriere, tempi certi per i processi, fine dell’abuso di custodia cautelare. La legalità si difende con lo Stato di diritto, non con l’arbitrio.
  • Snellimento radicale della PA: taglio degli enti inutili, digitalizzazione integrale dei servizi pubblici, premi al merito e licenziamento per i fannulloni.
  • Un’Italia italiana e non europea: basta con il vittimismo contro Bruxelles. L’Italia deve guidare sé stessa, non sabotare. Serve un piano serio per attrarre capitali, rilanciare la produttività e partecipare alla costruzione delle sovranità strategiche nazionali come sanità, istruzione, lavoro, trasporti, ricerca, sviluppo.
  • Libertà individuale come cardine: via le censure ideologiche, sì al rispetto delle libertà personali, diritti civili e riforma del welfare in chiave inclusiva e sostenibile.

Il nodo politico: la personalizzazione del potere

Meloni ha centralizzato tutto: nelle mani di Palazzo Chigi passa ogni scelta strategica. Questo può funzionare in campagna elettorale, non in democrazia. La destra al governo è ancora ossessionata dal nemico interno, anziché costruire alleanze e futuro.

La proposta di Scelta Libera: rafforzare i poteri del Parlamento, ripristinare una cultura istituzionale che valorizzi le competenze e non solo la fedeltà. E introdurre una vera legge sui partiti: trasparenza, democrazia interna, e soprattutto rendicontazione obbligatoria.

Il governo Meloni ha sprecato metà del suo tempo tra annunci e contraddizioni. I prossimi due anni sono l’ultima occasione per dimostrare che esiste un senso di responsabilità istituzionale al di là delle dirette Facebook e dei comizi permanenti. Servono riforme vere, coraggio liberale e serietà di governo. Se Meloni vuole davvero fare la “rivoluzione”, cominci a tagliare sprechi, non nastri.