In un tempo non troppo lontano, la piazza era lo spazio della politica viva, del confronto, del dissenso organizzato. Oggi, invece, il popolo è silenzioso. O meglio: grida, ma nessuno traduce quel grido in politica. Lamenta, denuncia, si indigna, ma non trova canali efficaci per trasformare quella rabbia in proposta, quella sofferenza in decisione. Il dissenso resta fuori dalle stanze dove si decide davvero.
Mancano partiti, mancano organizzazioni territoriali, mancano movimenti autenticamente popolari capaci di essere il ponte tra la piazza e il potere. I pochi che provano a resistere, come il movimento Scelta Libera, si scontrano con un sistema impermeabile, chiuso, spesso indifferente. Ma soprattutto si scontrano con una popolazione che è stata educata alla rassegnazione.
“È troppo complicato”, “non serve a niente”, “tanto non cambierà nulla”. È il mantra dell’impotenza, ripetuto da generazioni intere fino a diventare cultura. Il cinismo, un tempo figlio del disincanto, è ora diventato conformismo: non si contesta più, non si sogna più. Si sopravvive.
La normalizzazione del dissenso inoffensivo
Ogni tanto, qualcosa esplode: una protesta contro un green pass, una manifestazione per la scuola, una rivolta contro l’ennesimo scempio ambientale. Ma sono fiammate, episodi. Il dissenso non è più strutturato, non diventa rete, progetto, proposta politica. La protesta è senza continuità, senza direzione, senza classe dirigente.
Il risultato? La politica è sorda. E spesso è anche contenta che sia così.
Le condizioni materiali della resa
Le persone sono stanche. Vivono nella precarietà lavorativa, nell’isolamento sociale, nella fatica quotidiana. L’atomizzazione della società, lavoratori in smart working, partite IVA senza tutele, giovani disillusi, ha tolto forza all’organizzazione collettiva. Non è solo sfiducia, è assenza di tempo ed energia. L’individualismo non è scelta, è conseguenza.
Eppure, la storia insegna che ogni epoca di silenzio ha generato, prima o poi, una nuova voce. Non basta aspettare che qualcosa accada. Occorre pensare, organizzare, proporre. Serve una Scelta Libera che non sia solo una sigla, ma un metodo: inclusivo, orizzontale, concreto.
Ecco alcune idee per riaccendere la scintilla:
- Micro-politiche territoriali: comitati di quartiere, assemblee popolari, reti civiche locali che affrontino problemi reali, dal caro-affitti alla sanità territoriale. Ripartire dal basso non è romanticismo, è strategia.
- Organizzazioni territoriali diffuse e nuovo mutualismo: creare strutture di solidarietà attiva per precari, studenti, lavoratori autonomi. Chi vive nella precarietà non ha bisogno solo di rappresentanza, ma anche di protezione concreta.
- Piattaforme digitali partecipative: la politica deve tornare a essere un’esperienza collettiva, anche grazie agli strumenti digitali. Vanno usati per organizzare, non solo per informare.
- Scuole di politica popolare: educare alla cittadinanza attiva, spiegare come funziona davvero il potere, insegnare a costruire alternative. La formazione è resistenza culturale.
- Un fronte trasversale delle libertà: oltre le ideologie, creare alleanze tra chi difende i diritti fondamentali, salute, libertà individuali, giustizia sociale, ambiente. Un nuovo patto civico, che unisca invece di dividere.
Il popolo non ha smesso di soffrire, ha solo smesso di crederci. E senza fede nel cambiamento, anche la protesta più legittima diventa sterile. Ma la politica vera nasce proprio quando si riesce a trasformare la rabbia in progetto, l’isolamento in comunità, il disincanto in coraggio.
Non possiamo permetterci di aspettare un salvatore. È tempo che il grido torni ad avere voce. Ma una voce organizzata, strategica, ostinata. Perché se è vero che oggi il popolo non lotta più, è altrettanto vero che ogni epoca ha il suo risveglio.
E forse, questo risveglio, silenzioso, lento, ma inesorabile, con Scelta Libera è già cominciato.